L’Erasmus compie 30 anni, la testimonianza di una operatrice Artès

L’Erasmus compie 30 anni, la testimonianza di una operatrice Artès

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L’Erasmus, uno dei più grandi successi dell’Unione Europea, mai messo in discussione nemmeno ora che l’Ue fa sentire qualche scricchiolio di troppo. Il programma che ha dato l’opportunità a più di tre milioni e mezzo di studenti di vivere un’esperienza di studio all’estero, compie gli anni. La Community di Artès attraverso la testimonianza di Federica Gallo ci racconta questo percorso, arricchente ma non sempre facile. 

 

Vuoi presentarti brevemente?

Sono Federica Gallo, architetto e vivo a Chiavari, in provincia di Genova, ma sono originaria della provincia di Monza. Ho frequentato il corso Artès quasi 2 anni fa. Ho frequentato e mi sono laureata presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano.


Come hai scelto la tua meta?

Durante il quarto anno ho inserito nel mio piano di studi il corso di Architettura del Paesaggio, su consiglio di un’amica. Benché scelto quasi per caso, si è rivelato un corso interessantissimo, ho addirittura scoperto una materia della quale non conoscevo neppure l’esistenza e, soprattutto, un docente eccellente, il prof. Pandakovic. Era un consulente dell’Unesco e tutti i suoi più stretti collaboratori avevano fatto esperienze di studio o dottorati all’estero. Il suo collaboratore più stretto, ora anch’egli professore al Politecnico, il prof. Dal Sasso, aveva studiato in Olanda all’Università di Wageningen. E sono stati proprio loro a propormi di entrare nel programma Erasmus, nel 1997.

 

Qual’è la differenza principale tra Erasmus e un’altra esperienza all’estero?

Tra gli universitari correva voce che l’Erasmus fosse una “passeggiata”. Io invece sapevo che non sarebbe stata così: andavo in Olanda mandata dal mio docente al quale dovevo poi rendere conto del mio operato. Inoltre Wageningen è una piccola cittadina universitaria sede di un’importante facoltà di agraria dove studiano persone provenienti da tutto il mondo.

I miei compagni del corso di Architettura del Paesaggio provenivano da Germania, Irlanda, Gran Bretagna, Francia, Portogallo, Polonia, Estonia, Georgia, Austria, Svezia (nessun altro italiano!!). Molti di questi paesi hanno una grande tradizione di Architettura del Paesaggio, diversa per ogni scuola. Ho imparato molto dal confronto con loro.

La didattica era organizzata in maniera molto diversa rispetto al Politecnico: uscite sul territorio (in bicicletta, of course), workshop, esposizione dei progetti alla classe ogni settimana, in breve un programma molto serrato.

 

Quali sono stati i pro di questa scelta?

Dal punto di vista umano è stata un’esperienza molto intensa: mi sono confrontata sia con i compagni di corso che con i coinquilini dello studentato, in maggioranza olandesi.

Partire da soli, sperimentare la solitudine e mettersi in gioco fino in fondo è stata una notevole impresa che mi ha dato molto.

E i contro?

All’inizio è stato duro ambientarsi, stare lontana dalla famiglia, organizzare la propria vita da sola e senza conoscere nessuno. Considera che 20 anni fa non avevo nemmeno il cellulare, telefonavo a casa una volta alla settimana e perciò non parlavo mai italiano!

Oltre alla lontananza delle persone care e allo sforzo per ambientarsi all’arrivo in Olanda, anche il rientro a casa è stato traumatico dopo i sei mesi del programma: una specie di spaesamento in casa propria, una sensazione non proprio piacevole. Ma non solo, è stato anche molto difficile rendere partecipi gli altri di questa esperienza: non la capiscono.

 

Come ti sei trovata con gli olandesi?

Mi sono trovata bene. Sono un popolo molto pratico e pragmatico, senza fronzoli, poco attenti alle apparenze e alle mode, autentici. Gli olandesi che studiano a Wageningen spesso vengono da famiglie che abitano in campagna e hanno lavori legati ad agricoltura e allevamenti.

In ogni caso, un popolo che riesce a pianificare da secoli la bonifica di intere terre per ricavare spazi per le coltivazioni e le città, realizzando opere collettive enormi è assolutamente da stimare. La pianificazione del territorio in Olanda è un esempio per tutti, le opere ingegneristiche sono impressionanti.

Tutti gli olandesi che ho incontrato parlano inglese, persino gli autisti degli autobus e le cassiere dei negozi di una piccola città come Wageningen; forse non sono solari come noi mediterranei ma sono sempre aperti al prossimo e disponibili.


L’Erasmus: un mattoncino per costruire l’Europa

L’esperienza Erasmus è un’esperienza straordinaria, a dispetto dei costi non proprio bassissimi; è un arricchimento personale e non solo accademico: vivere e conoscere un paese straniero e i suoi abitanti è una forma di mettersi in gioco. E poi, diciamocelo, è un piccolo mattone necessario per costruire la nuova Europa, unita, solidale ma fatta di numerose realtà, tutte sotto lo stesso tetto e con una missione comune: pace, prosperità e solidarietà.

Articolo di Alice Mion